Enzo Tortora, il 17 giugno 1983 l'arresto di un innocente

Sono passati esattamente 38 anni dal giorno in cui il conduttore veniva arrestato nonostante fosse completamente innocente. Ripercorriamo tutta la vicenda.

Il simbolo della malagiustizia. È la vicenda di Enzo Tortora, il presentatore che il 17 giugno del 1983 veniva arrestato a favore di telecamere con le accuse di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Ma Tortora era completamente innocennte e sarà assolto con formula piena in appello il 15 settembre 1986. Ricostruiamo interamente questa vicenda frutto di una serie infinita di errori giudiziari. 

 

ENZO TORTORA, SIMBOLO DELLA MALAGIUSTIZIA

 

È l’alba del 17 giugno 1983 quando il noto presentatore Enzo Tortora viene arrestato. Le accuse sono pesantissime: traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. A muoverle nei suoi confronti sono i pentiti Giovanni Pandico e Pasquale Barra. A mettere nei guai Tortora ci sarebbe anche un’agendina nera, trovata nell’abitazione del camorrista Giuseppe Puca, in cui c’è scritto un numero telefonico e a fianco un nome che gli inquirenti credono sia proprio quello del presentatore. Basta questo per portare a termine un'operazione durante la quale finiscono in manette altre 856 persone. Enzo Tortora è ovviamente il nome di spicco tra gli arrestati. L’opinione pubblica si divide immediatamente tra chi è certo della sua colpevolezza e chi invece crede sia innocente. E anche tra i giornalisti, senza nemmeno aspettare la parola di un giudice, c’è chi emette sentenze. Col tempo emergono dettagli di una vicenda surreale, assurda, oscura. A cominciare da quella famosa agendina nera, dove non c’è scritto “Tortora” bensì “Tortona”. Un’altra carta che compone il fragile castello accusatorio riguarda una faccenda di alcuni centrini inviati da Pandico e altri detenuti a Pianosa alla redazione di Portobello affinché venissero messi all’asta. Centrini che erano stati smarriti e per questo Tortora aveva inviato un rimborso di 800mila lire. 

 

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Un epilogo che a Panico, schizofrenico e paranoico, non era andato proprio giù. Ma non solo Panico e Barra, a muovere contro Tortora false accuse sono anche Giuseppe Margutti, con precedenti per truffa e calunnia, e la moglie Rosalba Castellini, che riferiscono di aver visto il conduttore vendere droga negli studi di Antenna Tre. Accuse che fanno acqua da tutte le parti e che però bastano per una prima incredibile condanna a 10 anni di carcere, pronunciata il 17 settembre del 1985. Il 13 dicembre 1985 Tortora si dimette da europarlamentare, rinuncia all’immunità e finisce agli arresti domiciliari. Per lui iniziano mesi da incubo. Rivede la luce solo il 15 settembre 1986, quando viene assolto in appello con formula piena e i camorristi che lo avevano accusato finiscono a processo per calunnia. Secondo i giudici alcuni avevano dichiarato il falso per ottenere notorietà e altri nella speranza di una riduzione di pena. La Cassazione sancisce l’innocenza di Tortora il 17 marzo del 1987. Il conduttore riappare in TV il 20 febbraio del 1987 sempre alla guida del suo Portobello. Dopo minuti di scroscianti applausi, esordisce dicendo: "Dunque, dove eravamo rimasti?". Tortora, vittima della giustizia italiana e delle calunnie dei pentiti che gli costano sette mesi di carcere, muore il 18 maggio 1988 a causa di un tumore polmonare.

 

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