Nelson Mandela

Nelson Mandela, il rugby e la rinascita del Sudafrica

Il 18 luglio ricorre l'anniversario della nascita di Nelson Mandela: per l'occasione raccontiamo come il Nobel per la pace riuscì a ricostruire il Sudafrica grazie al rugby.

Sono passati più di sette anni dalla morte di Nelson Mandela, avvenuta il 5 dicembre 2013. Aveva 95 anni quando si spense nella sua casa di Johannesburg lasciando un vuoto immenso. In questi giorni in cui ricorre l'anniversario della sua nascita (è nato il 18 luglio 1918 a Mvezo, in Sudafrica) si ricordano le sue lotte contro il regime segregazionista, le sue battaglie in difesa della libertà e il suo impegno per combattere l’apartheid. Sforzi che gli sono costati 27 anni di prigionia. Ma non si può evitare di ricordare anche l’importanza avuta dallo sport nella sua vita. In particolare di uno sport: il rugby. Mandela ebbe modo di conoscerlo in maniera approfondita dietro la sbarre, osservando le guardie carcerarie cimentarsi con la palla ovale in un periodo storico in cui il rugby era un’esclusiva dei bianchi. Mandela, Premio Nobel per la pace nel 1993, si servì dei valori democratici incarnati da quello sport per rilanciare il Sudafrica e unirlo. Una storia raccontata meravigliosamente da Andrea Scanzi nell'episodio di Oltre la vittoria intitolato "L'arcobaleno di una Nazione" che potete vedere su discovery+.

 

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Eletto presidente nel 1994 (fu il primo presidente sudafricano nero), Mandela ebbe un’autentica intuizione per favorire la coesione sociale e il riscatto dell’oppressa popolazione nera. Il rugby, visto come lo sport della minoranza bianca, divenne lo sport della gente, di tutto il Paese. Il calcio lasciò il posto alla palla ovale che si prese la scena. L’apice di questa ascesa è datato 1995, anno in cui si disputò proprio in Sudafrica la Coppa del Mondo di rugby. E ad alzare quella coppa fu proprio il Sudafrica che battè in finale la Nuova Zelanda 15-12 dopo i supplementari. Un match passato alla storia, quello giocato giocato il 24 giugno in quel di Johannesburg. Il pronostico era scontato: il Sudafrica non avrebbe potuto nulla contro gli All Blacks della stella Jonah Tali Lomu. E invece la squadra di coach Kitch Christie tirò fuori una prestazione commovente, memorabile, miracolosa. A decidere la partita fu il drop di Joel Stransky: il drop più bello di sempre. Non fu solo un trionfo sportivo, no. Fu molto, molto di pù. Fu la vittoria di Mandela e di una nazione intera che si era messa faticosamente alle spalle le pagine buie dell’apartheid. Fu la vittoria dell’uguaglianza, un successo che significava l’annullamento della distanza tra bianchi e neri. 

 

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Celebre l’immagine del capitano François Pienaar, autentico trascinatore degli Springboks, che consegna il trofeo al presidente Nelson Mandela che indossa la casacca numero 6 di Pienaar. “Lo sport - disse Mandela - ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare e unire le persone in una maniera che pochi di noi possono fare. Parla ai giovani in un linguaggio che loro capiscono. Lo sport ha il potere di creare speranza dove dilaga la disperazione. È più potente dei governi nel rompere le barriere razziali, è capace di ridere in faccia a tutte le discriminazioni”. Sono rimaste scolpite nella memoria di tutti anche le parole del capitano del Sudafrica rilasciate all’Ellis Park Stadium: “Il Sudafrica non è presente solo in questo stadio: oggi siamo stati supportati da 40 milioni di persone”.

 

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